Il tessuto viene prima dell’abito

Il mio momento preferito dell’anno: sono arrivate le nuove collezioni di tessuti.
Il mio momento preferito dell’anno: sono arrivate le nuove collezioni di tessuti.
Ogni volta che apro i nuovi campionari mi ricordo quanto sia particolare questo momento. Ci sono nuovi colori e nuove interpretazioni dei classici, naturalmente, ma soprattutto ci sono materie da scoprire.
Perché la storia di un abito su misura comincia molto prima delle misure, del taglio e della confezione.
Comincia dal tessuto.
Quando osserviamo un capo finito, la nostra attenzione va naturalmente alla forma, al colore, alla vestibilità. Ma è la materia a determinarne gran parte del carattere: il modo in cui cade, si muove, reagisce alla luce e accompagna il corpo.
Ed è una dimensione che una fotografia, per quanto bella, difficilmente riesce a raccontare.
Il tessuto va toccato
Siamo ormai abituati a scegliere quasi tutto attraverso uno schermo. Con i tessuti questo non funziona fino in fondo.
Un tessuto deve essere visto alla luce naturale, toccato, mosso tra le mani.
Bisogna sentirne il peso, la morbidezza, la consistenza. Osservare come cade e come cambia colore con la luce.
È una cosa che noto spesso durante gli appuntamenti: un tessuto che nel campionario sembrava interessante diventa improvvisamente quello giusto quando viene preso in mano. Oppure accade il contrario.
Perché il tatto aggiunge un’informazione che mancava.
Non esiste il tessuto migliore
Una delle domande che ricevo più spesso è: qual è il tessuto migliore?
La mia risposta è quasi sempre la stessa: dipende.
Un tessuto straordinario può essere completamente sbagliato per il capo che vogliamo realizzare o per la persona che dovrà indossarlo.
Una giacca destinata a frequenti viaggi di lavoro richiede caratteristiche diverse da uno smoking. Una camicia estiva deve rispondere a esigenze diverse da quella indossata quotidianamente sotto un abito. Un cappotto deve essere valutato non soltanto per il colore o la morbidezza, ma per peso, calore, struttura e durata.
La qualità della materia è fondamentale, ma lo è altrettanto il modo in cui è stata filata, tessuta, nobilitata.
Mi piace moltissimo questa parola: nobilitazione. Da qualche anno la utilizziamo per definire meglio nei processi tessili il “finissaggio” dei tessuti. In realtà è davvero una vera è propria trasformazione in qualcosa di più “nobile” e pregiato. Anche un ottimo cashmere che esce dal telaio non ha quel tatto extra morbido che conosciamo prima di entrare nella fase di nobilitazione.
Il tessuto giusto è quello che riesce a mettere insieme bellezza, funzione e persona.
Mi piace raccontare i tessuti
È una delle parti del mio lavoro che preferisco.
Quando incontro un cliente non mi limito a mostrare una successione di campioni. Mi piace spiegare che cosa stiamo toccando e perché un materiale si comporterà diversamente da un altro.
Raccontare la differenza tra una flanella e un fresco di lana, tra una lana pettinata e una cardata, più voluminosa e materica. Spiegare cosa comportano il peso, la composizione e la costruzione di un tessuto e perché una determinata fibra può essere perfetta per un capo e meno adatta a un altro.
Dietro a quei centimetri di stoffa che servoro a realizzare un capo esiste un mondo sorprendentemente complesso.
Conoscerlo cambia anche il modo in cui guardiamo ciò che indossiamo.
Biella e la cultura del tessuto
Per me questo rapporto con la materia ha inevitabilmente anche una dimensione territoriale.
Vivere e lavorare a Biella significa essere circondati da una cultura tessile costruita nel corso delle generazioni. Lana, cashmere e fibre pregiate non sono soltanto materiali: sono parte della storia industriale e artigianale di un territorio che ha fatto della qualità tessile una competenza riconosciuta nel mondo.
È una cultura che insegna anche a guardare oltre il nome o il marchio.
A osservare la fibra, la costruzione, la mano, il peso e il comportamento del tessuto.
E soprattutto a capire che non basta che una stoffa sia preziosa per essere quella giusta.
Le nuove collezioni raccontano come cambia l’eleganza
È anche per questo che trovo interessante sfogliare le nuove collezioni.
I campionari non raccontano soltanto ciò che indosseremo nella prossima stagione. Raccontano, in modo molto concreto, come sta cambiando il nostro modo di vestire.
Nelle nuove proposte ritrovo una direzione che avevo già osservato nel menswear: colori più naturali, superfici sofisticate, materiali piacevoli al tatto, costruzioni meno rigide e una crescente ricerca di comfort.
Anche i confini tradizionali diventano meno netti.
Un tessuto sartoriale può dare carattere a una giacca molto informale. Una materia più morbida può rendere contemporaneo un pantalone classico. Lane leggere e mischie sofisticate permettono di costruire capi capaci di accompagnare momenti diversi della giornata.
È forse questa una delle evoluzioni più interessanti della sartoria contemporanea: non rinunciare alla qualità, ma renderla più facile da vivere.
Dalla materia alla persona
Nel “su misura” la scelta del tessuto non è una gara tra le centinaia di campioni che ho nella mia borsa magica.
La vera competenza consiste invece nel fare esattamente il contrario: selezionare e restringere progressivamente il campo.
Capire la persona, il suo stile, il lavoro che svolge, le occasioni in cui utilizzerà il capo, ciò che possiede già nel guardaroba.
E arrivare a scegliere tra i tessuti che abbiano davvero senso per quella persona.
A quel punto entrano in gioco anche l’istinto e il piacere. Si guarda. Si tocca. Si confronta.
E da un semplice pezzo di tessuto, che in realtà di semplice non ha nulla, comincia lentamente a prendere forma qualcosa che ancora non esiste.
È questo che continua ad affascinarmi della sartoria: prima dell’abito c’è la materia. E prima ancora della scelta, c’è la conoscenza.
